Quattordici.

Quattordici e cinquantanove, poi un attimo. Quindici.

L’unica consolazione che rende sopportabile la lunga attesa di un momento specifico è l’impassibile trascorrere del tempo. Mentre aspetti puoi soffrire, puoi pensare, puoi consumarti con furia malata quasi tutte le appendici che Dio ti ha dato. Le tue unghie possono ritirarsi fino alla metà della loro lunghezza naturale, se ne esiste una; puoi morderle, strapparle, roderle insieme alla pelle che le circonda fino a farti piangere le dita, fino a renderle mutilati fiammiferi accesi di sangue. 

L’unica consolazione è che i momenti prima o poi arrivano tutti.

Anche l’ultimo.

Uno e Altro

L’uno dice che devono cambiare la presentatrice del programma, quella nera che hanno adesso ormai è ora che cambi aria. E poi, diciamocelo in faccia, è nera, e dopo un po’ la gente si stufa. E’ una questione di tolleranza cromatica, non razziale. L’altro in silenzio annuisce, non è che abbia mai parlato più di tanto, ma quando è stata ora di mettere le persone giuste al posto giusto lui non ha mai sbagliato un colpo. Non appena saputa la notizia del cambio cromatico alla guida della trasmissione si mette a far girare le rotelle. Non passano nemmeno tre giri di lancetta magra che l’altro ha già convinto l’uno della sua scelta. Gli chiede se ha presente quella ex miss Italia altissima, che ha già fatto televisione per loro, che ultimamente si è vista anche nei programmi degli altri e anche nelle pause tra i programmi di tutti. L’uno dice che ce l’ha ben presente, dice che una così è difficile non averla presente, dice che è stupito della rapidità con cui l’altro snocciola preziosi consigli. Dice che ci sta pensando, e appena ha finito di dirlo dice che per lui va bene, di contattarla questa ex miss e di chiederle la disponibilità a condurre il programma.

Poi l’uno passa alla seconda cosa da decidere: il taglio. L’uno chiede consiglio all’altro, gli chiede che taglio dovrebbe avere la nuova trasmissione, quanto e in che modo dovrebbe esprimere continuità con la stagione precedente. L’altro è meno ferrato in questo campo, si intende più di nomi e persone che di tagli. Quindi snocciola un consiglio standard, di quelli che dicono che in realtà non ci capisci molto della cosa per cui stai dando un consiglio, ma che spesso risultano banalmente e decisamente appropriati. L’altro dice all’uno che secondo lui il nuovo programma dovrebbe avere degli elementi di continuità col vecchio, ma allo stesso tempo dovrebbe avere anche degli elementi di novità. L’uno ci pensa per qualche secondo, poi annuisce, poi sorride come sorride chi capisce di essere riuscito a elaborare un pensiero compiuto e non ci è abituato. L’uno si dà un tono con la voce e dice all’altro che ovviamente la componente di continuità del nuovo programma col vecchio non può che essere la parte con i video, dice che quelli glieli passano quelli del format e che loro non ci possono fare niente. Quindi, dice, la parte di novità non potrà che riguardare la tipologia di conduzione. L’altro annuisce, poi dice che la tipologia di conduzione della vecchia trasmissione era fondamentalmente incentrata sulla seminudità della presentatrice nera. In silenzio l’uno e l’altro pensano fortissimo a come poter innovare, stupire, conquistare, attrarre e fidelizzare.

L’idea viene all’uno, e appena prima di iniziare ad esporla all’altro, sorride come sorride chi capisce di essere riuscito a elaborare il secondo pensiero compiuto nel giro di pochi minuti e non ci è abituato. L’uno spiega all’altro che il solo modo di innovare la seminudità è quello di renderla nudità totale. L’altro, stupito dalla furbizia dell’uno, sorride ma poi smette. Dice che gli è venuto in mente un problema, poi sorride di nuovo e dice che però gli è anche venuta in mente la soluzione. Dice all’uno che il problema è che non si può fare condurre il programma a una miss tutta nuda, poi gli dice che la soluzione è mettere dei cerchietti di metallo davanti alle parti della conduttrice che proprio non si possono fare vedere, così con gli effetti speciali si può fare finta che dai cerchietti esca una luce forte che non lascia vedere bene quello che c’è sotto, ma che lascia capire che comunque la presentatrice è nuda.

L’uno guarda l’altro, poi chiude gli occhi per vedere meglio la scena nella sua testa. Dice che è perfetta.

Poi chiede a che ora andrà in televisione il programma. A ora di cena è la risposta. Chiede se non sarà un problema per i bambini che a ora di cena sono ancora svegli e davanti alla televisione. La risposta è che è meglio così, che tanti bambini guardano il programma e che anche loro vogliono vedere se prima o poi si vede qualcosa di più dietro la luce, proprio come i grandi.

Questo non l’avevo mai visto.

Sono le condizioni peggiori a rendere il mio lavoro diverso da quello di chi ha creato questo film.

Fuori.

- Fuori piove.

- Grazie al cazzo, dove altro potrebbe piovere? Dentro?

- Guarda che non c’è bisogno che t’incazzi. Dicevo così per dire.

- Perchè? Di solito dici per non dire?

- Cazzo, non ti sopporto quando fai l’intrattabile così.

- E invece quando faccio l’intrattabile in un altro modo mi sopporti?

- No, in effetti faccio prima ad ammettere che non ti sopporto praticamente mai?

- E teoricamente?

- Teoricamente vaffanculo, tu e il tuo essere puntiglioso.

- Il mio istrice?

- Sì, tu e il tuo istrice.

Ammazza.

Ammazza quanto è bello il sabato pomeriggio, soprattutto se è primavera e il cielo ha per un attimo smesso di provare a convincerti che è novembre. Il vento resta ma è tiepido, sballotta in cielo nuvole impalpabili e denuda le montagne dalla foschia che generalmente le ammanta. Si vedono anche i campi coltivati della pedemontagna. Non ho mai carpito la sottile differenza tra la collina e la pedemontagna. Così come non ho mai dato risposta all’interrogativo: ma la pianura è per la collina ciò che la pedemontagna è per la montagna? E se sì, posso smettere di dire pianura e vantarmi di abitare in pedecollina?

Quasi quasi vado a chiederlo al tizio che in qualche giardino limitrofo al mio sta falciando l’erba, si sente il rumore. Ora si è fermato a svuotare il cassone, non si sente più il rumore.

Scendo, e intanto che ci sono gli chiedo anche se secondo lui posso smettere di chiamare il piano terra “piano terra” e posso cominciare a chiamarlo pedeprimopiano.

Come quando.

E’ come quando viaggi in macchina e non sei sicuro della strada. Può essere che agli incroci e alle rotonde precedenti tu abbia azzeccato la direzione giusta, in un mix indefinibile di senso dell’orientamento, cartine consunte e indispensabile culo. E’ la mera ipotesi che tutto finora sia andato bene che ti fa continuare sulla stessa strada, ti fa pensare che alla fine, ripensando ai chilometri percorsi, un punto preciso dove potresti esserti sbagliato non c’è. Te ne saresti accorto e avresti fatto un’immediata retromarcia. Invece continui a macinare strada sull’asfalto su cui sei già. Se ci pensi, si fa molta meno fatica.

Può essere.

Però può anche essere che tu ti stia sbagliando. Le rotonde, gli incroci, i bivi. Ce ne sono stati tanti lungo la tua strada e ad ognuno di loro una decisione l’hai presa. Il problema è che, per sua stessa natura, ogni luogo di decisione stradale è in grado di falsare i successivi e annullare i precedenti. Ne basta uno. La seconda uscita della rotatoria anziché la terza e tutto il viaggio perde di senso. Anche perché, se una breve retromarcia è possibile nell’immediato dell’errore, un’inversione del senso di marcia non è contemplata dalla tipologia di spostamento che stai facendo. Quindi?

Cosa fai? Continui dritto per la tua strada senza la minima certezza che sia davvero la tua, mantenendo però viva la possibilità che lo sia, che sia stato tutto giusto, che nel posto in cui stai andando e che non conosci affatto prima o poi ci arriverai e sarai felice? Oppure ti fai vincere dal dubbio di aver sbagliato strada e volontariamente svolti al primo incrocio buono per lasciarla? Così, almeno, ti togli dalla testa l’angoscia dell’insicurezza potenziale e ti incammini verso un’insicurezza pura, una strada nuova, con nuovi incroci e nuove rotonde. Tanto, una destinazione non ce l’avevi nemmeno prima. Quindi?

Cosa fai?

Buon Dio.

Ma fate conto che abbia tirato un anatema. Berlusconi si è appena fatto annusare la mano da Vespa. Poi gli ha detto che quello che sentiva era odore di santità.

In questo istante non mi sento di peccare se quello che provo somiglia all’odio.

Door to door.

La sua gigioneria gli toglie tempo importante, siamo agli sgoccioli. E il padrone di casa lo incalza come non mi sarei mai aspettato. Guardalo, è indiscutibilmente lento. Alterna numeroni sparati con malferma convinzione a picchi di autocelebrazione ortodontica, non lascia la parola, parla solo lui ma non è quasi mai cristallino nell’esposizione. Parla di calcio, del suo calcio. Guardalo! Cosa fa adesso?  Mente! Nemmeno l’ottocentesco campanello lo ferma. Ha costretto il campanello a suonare un’altra volta, ma il postino non c’entra niente in questo caso. E’ un giornalista. Lui intanto prosegue, ogni tanto si concede anche una parolina in inglese, ha appena detto small town, tipo Milano 2. Ha detto miracolo. Dannazione, dopo tanti anni ha ridetto miracolo. Ora parla più veloce, si sta scaldando. Forse il suo segreto è proprio questo, riuscire a mentire con una placidità disarmante e per molti convincente. Ha la raucedine per le tante ore di palco, parole e sorrisi. Su uno schermo scorre una famiglia esemplare, quella che lo vorrà fare comandante. Esprime l’apprezzamento per l’oratore visibilmente a memoria. Questo è un momento triste, il più triste finora. Pausa. Io intanto rifletto: certo che ha proprio la faccia come il culo.

Mah.

… .

Suole.

Sa, si suole dire così.

Ah, si suole?

Sì, si suole.

Ah. Non sapevo si suolesse.