Proto.

Proto è il mio soprannome da sempre, ma non so perché mi chiamano così. A dirla tutta non so nemmeno qual è il mio vero nome. Io sono Proto, e basta. Tipo McGyver. Mica ce l’aveva un altro pezzo di nome McGyver. E forse neanche Sberla aveva un altro pezzo di nome. McGyver, Sberla, Proto. E’ la stessa cosa.

Sono un lucidissimo sbandato, sono uno consapevole di essere quello che gli altri non vogliono che esista nel loro mondo. So di dare fastidio, li vedo, non ne manco nemmeno uno. Le persone che mi incrociano per strada mi vedono da lontano e modificano leggermente la loro traiettoria, come se passarmi a 10 centimetri di distanza in più potesse salvarli da un altrimenti ineluttabile contagio. Io li vedo e non mi sposto. Anzi li guardo, io fisso tutti negli occhi, fin da quando sono lontani. La prima volta uno sguardo incrocia l’altro, poi loro lo abbassano, io no. Passano pochi secondi e ci riprovano, testa in basso e occhi in alto a cercarmi, per giudicarmi, per riconoscere a loro stessi che avevano ragione, che loro le persone di merda le riconoscono al primo colpo. Solo che oltre alla loro ragione trovano i miei occhi che li fissano, che sono sempre stati lì a fissarli, perché le persone di merda di solito le riconosco prima io. E di solito le persone di merda sono tutti quelli che non sono io. Camminiamo l’uno verso l’altro, io e ogni altro, ci avviciniamo. Uno sguardo forte e fisso, il mio, uno sguardo altalenante e impaurito, l’altro. Sotto di noi sempre meno asfalto a dividerci, sempre meno metri, sempre meno dubbi. Io e Chiunque siamo su una strada di Dovunque, lui ha una cravatta rosa, oppure un maglioncino vinaccia, oppure un tailleur impeccabile o una giacca a vento insignificante. Io gli vado incontro vestito solo della paura che gli faccio, coperto solo dai miei occhi che rigidi e cattivi gli strappano i pensieri dal cranio, e li leggono, e li masticano e li sputano poco più avanti, sull’asfalto che con le mie scarpe sporche sto per calpestare. Ho imparato che nell’arco di una ventina di metri buona parte delle persone che incontro riesce ad alzare e abbassare gli occhi anche quattro o cinque volte. Conigli. Poi ci sono i leoni, ci sono quelli che alla seconda o terza volta che vedono il bianco intorno alle mie pupille piantato su di loro provano a reggere, provano a non smettere, alzano il mento e gonfiano il petto, mi guardano fisso, mi giudicano, mi odiano. Mi invitano a nozze di strada. Anche loro, i leoni, nonostante l’esibito coraggio di continuare a sputarmi addosso con gli occhi, tendono a deviare leggermente l’andatura. Cinque centimetri, non di più, sicuramente meno di dieci. Dove vai? Dobbiamo sposarci in strada, non ricordi? Mancano pochi metri al nostro eterno incontro e tu ti sposti? No merda, non ci si promette l’eternità così. Allora l’eterno ricordo di me te lo prometto a modo mio. Mi sposto di poco, cinque centimetri, non di più, sicuramente meno di dieci. Adesso ti sono di fronte, tu sei emozionato, chi non lo sarebbe in un giorno così importante. Ad entrambi manca un passo per esserci addosso. Sei coraggioso, non hai ancora spostato gli occhi. Stai per chiedermi che cazzo ho da guardare, solo che poco prima che tu lo faccia io apro la bocca e a poco meno di dieci centimetri dalla tua faccia di cazzo incorniciata da una cravatta rosa ti urlo il mio soprannome, e lo faccio così forte, e i miei denti sono così gialli, e il mio fiato puzza così tanto che tu ti pisci sotto. Impietrito sgoccioli dai pantaloni. Adesso l’hai abbassato lo sguardo. Io mi chiamo Proto e sono quello che non sa come ti chiami tu. Però so che tu un altro pezzo di nome ce l’hai di sicuro. E se adesso guardi in basso si vede.

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