Centro Italiano Constatatori d’Ovvio.
Comunità Italiana Coltivatori d’Oppio.
Credevo Indispensabile Cercarti Ovunque.
Come Intendi Cercare d’Origliare?
Custodisco Intatti Certuni Orifizi.

Centro Italiano Constatatori d’Ovvio.
Comunità Italiana Coltivatori d’Oppio.
Credevo Indispensabile Cercarti Ovunque.
Come Intendi Cercare d’Origliare?
Custodisco Intatti Certuni Orifizi.
Piccoli scatti di piccole mani, Movimenti precisi e netti. Inequivocabili. Gesti consueti ma ogni volta diversi, che non riescono a nascondere il vorticare dei pensieri dietro agli occhi.
Girini. Quelli sono girini. È come sono le rane prima di diventare rane, prima di crescere.
No, non ranine. Non lo so perché non si chiamino ranine. Dev’essere per il fatto che alle rane adulte proprio non ci assomigliano, quindi qualcuno ha dato loro un nome del tutto distante. Potevano chiamarli froppi. Oppure chimoccini. O anche ertunidotteli. Che ne sai?
Poi comunque sui nomi ci nascono sempre dei conflitti. Tipo gli animali, loro litigano molto spesso sulla questione dei nomi. Le fazioni principali sono due: quelli con i figli diminuiti e quelli coi figli diversi. Giusto per citarne qualcuno, della fazione degli animali con i figli diminuiti fanno parte il cane, il gatto, il pesce e il leone. Sul fronte opposto ci sono la mucca, la pecora, il cavallo e ovviamente le rane.
Ci sono cani che insultano pecore, tacciandole di crudeltà verso quegli agnelli a cui hanno da sempre negato il nome.
Ci sono pecore che insultano cani, stanche ormai dell’infinito tentativo di spiegare loro che se cagnolino e cagnolina sono nomi inequivocabili, pecorino e pecorina hanno invece il significato già occupato. Ed è solo per questo che gli agnelli si chiamano agnelli.
Una volta ho sentito un pesce che sfotteva un cavallo. Gli diceva che pony è un nome troppo, troppo tamarro da dare a un figlio. Il cavallo si è limitato a dire che non accettava critiche da chi da sempre è sinonimo di pene.
Diabolico poi lo scherzo che gattini e leoncini hanno di recente fatto ai girini, gettando nello stagno centinaia di finti ovuli di legno e ridendo come matti della moria di figli di rana conseguente al loro sbattere la testa contro l’ovulo stesso, ovviamente per fecondarlo.
I girini sopravvissuti non sono comunque molto più intelligenti.
Ci sono cose talmente perfette, da essere perfette solo insieme.
Ma sì. Senza tanto stare a complicarsi la vita con contenuti profondi, che tanto non ne sono capace. Un post generalissimo, banalissimo, inognicasoissimo. Di quelli che non scrivo da tantissimo, considerando che scrivo una volta ogni tanto.
La mia prima volta è stata così.
Cazzo, sono le quattro di pomeriggio. Che faccio? Vado? Ci provo? Sì, lo so, avevo immaginato questo momento in un modo un po’ diverso. Tipo una cerimonia d’iniziazione a cui avrebbero ovviamente dovuto e voluto partecipare tutti i miei amici con la moto. Cuz, Niccolò, Nicholas e magari anche Tuono. Loro in strada che mi aspettano e io che piano piano risalgo dalla rampa dei garage del mio palazzo, tra i loro applausi smorzati dai guanti di pelle e le grida di giubilo attutite dai caschi. E invece…
Invece ormai sono le quattro e un quarto e io ho una gran voglia di provarci. L’assicurazione è attiva ormai da più di 24 ore, la moto è in garage da quasi due mesi e al momento non ho nulla di inderogabile da fare. Quindi vado.
La serie di gesti e movimenti che segue è un rituale già pensato, già provato. Tra quelli già indossati e appesi al muro, scelgo il paio di jeans più pesante, ben sapendo che comunque non basterà. Infilo in sequenza una maglietta e due maglioni, caldi, di lana, ma sottili, così da non stringere sotto alla giacca comprata per cinquanta euro da Niccolò. Gran affare.
Ora, cosa manca? Sì, i documenti. Eccoli, nella busta rossa da mettere sotto alla sella controllo e trovo il libretto di circolazione e la fotocopia del bollo scaduto da un giorno, ma ho un mese per rinnovarlo. Ma l’assicurazione no, quella non c’è. Cazzo, eppura la mail l’ho stampata. Perché sono un coglione così grande da non averla ancora messa insieme al resto delle scartoffie? Beh, poco male, sarà qui da qualche parte. Basta trovarla, la prendo e vado, anche perché ormai sono quasi le quattro e quaranta. Mi correggo, basterebbe trovarla. Se ci fosse. Ma evidentemente la mia capacità di fare sparire le cose più importanti deve aver toccato un nuovo limite, e fuori inizia a calare la nebbia. Amen, via, tagliamo la testa al toro. La si ristampa e come non detto.
Peccato che il pc abbia appena preso un megavirus e sia inservibile. Vabbè, la stampo dal Mac. Peccato che la stampante abbia finito l’inchiostro nero. Vabbè, copio e incollo l’allegato della mail firmata Genertel su un foglio Word, seleziono il testo e lo faccio blu scuro. Peccato che il piccolo tagliando che attesta l’assicurazione, nell’operzione copia-incolla si sia trasformato in un documento di due pagine, stampate in blu scuro. Vabbè, va bene lo stesso.
Infilo la giacca, la sistemo, controllo nello specchio di essere effettivamente fico come mi sento, poi casco in mano, guanti dentro al casco, portafoglio con foglio rosa (che è bianco), cellulare, chiavi della moto e chiavi di casa. Sono perfetto.
Scendo in garage, apro il garage. Lei è lì che non aspetta altro. Anzi no, lei è lì che aspetta che le metta nel serbatoio un po’ di benzina, sennò non mi porta da nessuna parte. I patti erano questi, io la nutro e lei mi scarrozza. Nell’operazione ovviamente bagno di super senza piombo il serbatoio, cazzo, mi ci vorrebbe uno straccio per asciugarti baby. Ma intorno ho solo altra benzina, un paio di pinne, una griglia per i barbecue di compleanno e un paio di vecchi comodini. E figurati se dentro uno di questi comodini potrà mai esserci uno… Che culo, uno straccio. Asciugo il serbatoio e a spinta tolgo Morgana dal garage, la avvicino al cancello basculante che separa il tunnel dalla rampa e… E come cazzo lo apro il basculante se il telecomando è nella macchina e le chiavi della macchina sono in casa? Facile, basta bestemmiare, risalire in casa, prendere le chiavi della macchina, tornare in garage, aprire la macchina, prendere il telecomando e aprire il cancello. Alle cinque e poco più accendo la moto, la nebbia continua a scendere e fa freddo solo a guardarla.
Ma ormai è deciso, ci si prova. Non prima però di aver dovuto spegnere la moto per mettere sotto alla sella la busta rossa coi documenti. Arrivo a pensare che sia una congiura woodoo architettata da mia madre per farmi desistere. Ma io infilo il casco, sistemo lo scaldacollo, infilo i guanti e salgo a cavallo di duecento chili di ferro.
Primo scoglio: la rampa. Mi sbagliavo quando pensavo che avrei dovuto farla fare a qualcuno più esperto. In realtà, una volta messa la prima e dato un po’ di gas mi sono trovato già al livello della strada. Evidentemente sono più fico di quanto credessi. Il resto del giro in moto è meno interessante e forse anche un po’ privato. Però posso dire che è stato bello, breve, emozionante, confuso, un po’ avventato, un po’ improvvisato e infinitamente freddo.
Una volta rimessa Morgana in garage, risalgo in casa e mi tolgo i guanti per controllare che le dita siano ancora rosa e ancora attaccate alle mani. Colore ok, collocazione ok.
Fuori la nebbia si confonde ormai col bui0. La prima volta è bella perché è la prima, ma è dalla seconda in poi che ci si prende gusto. E ci si scalda insieme.
Leggere queste parole è un po’ come trovarsi nell’ingresso della casa di un amico e leggere queste stesse parole sul muro di casa sua. E’ un po’ come se questo tuo amico avesse deciso di scrivere qualcosa in modo da riempire una parete altrimenti troppo bianca, troppo vuota, troppo obliqua per essere spoglia. E’ un po’ come se questo tuo amico non avesse avuto idea di cosa scrivere per colmare un vuoto abbagliante, e per questo si fosse deciso a riempire di neri, vuoti e inutili tratti grafici uno spazio non meritato. Una tela immacolata offerta in dono a un pittore senza talento. Quanto spazio può occupare il nulla? Anche tutto, se ben disposto.
Cos’hanno stasera le zanzare? Da dove viene tutta questa loro energia? Questo loro essere inspiegabilmente scattanti, sguscianti, sfuggevoli. Perché stasera si rifiutano di morire? Ne sono contornato, luci e zanzare in pari concentrazione. Sopra la mia testa, tre piccoli faretti alogeni assai poco rispettosi delle sorti energetiche del pianeta. Davanti agli occhi un monitor, abbastanza vecchio che anche il più accomodante degli optometristi lo sconsiglierebbe.
Forse c’è stata una riunione. Forse appena prima di uscire dai loro diurni nascondigli, dai sottovoasi con pochi millimetri di acqua stagnante, dai tombini, dalle foglie, dai prati, le zanzare si sono incontrate e hanno detto basta. In coro, insieme, con coraggio.
Forse, stasera, le zanzare hanno capito ciò che sono.
Tela tesa e pronta al ricamo
l’esistere è forato da aghi di dovrei
attraversato da fili di potrei.
Andata e ritorno
il punto si chiude a decorare frammenti di fibra.
Vicino, il disegno è incomprensibile.
Lontano è incompleto.
Indossato al nostro funerale
il fazzoletto nel taschino potrebbe non piacere.
Capita che a volte mi venga in mente di fare qualcosa e che poi io lo faccia davvero. Una volta mi è capitato di voler costruire un’arma a molla che sparasse un dardo di legno con un chiodo in punta. E l’ho fatto davvero. Avevo 10 anni.
L’estate scorsa, verso la fine, mi è venuto in mente di volere una moto. Non ho mai avuto una moto, non ho mai sentito l’esigenza di una moto, non sono mai stato appassionato di moto. Non so andare in moto.
Un paio di settimane fa ho comprato una moto. Quindi è successo di nuovo, mi è venuto in mente di fare una cosa e poi l’ho fatta davvero. E devo dire che sono stato anche discretamente bravo nel farla: mi sono informato, ho chiesto pareri e consulenze, ho confrontato opportunità apparentemente simili tra loro, mi sono costruito un’opinione e infine ho fatto una scelta precisa. Scelta che, a distanza di un paio di settimane, considero ancora più che valida.
Ora non mi rimane che aspettare che la moto arrivi, che mia madre esca dalla clinica in cui verrà ricoverata dopo che le avrò dato notizia dell’acquisto e che la bella stagione torni ad asciugare le strade, così che io possa capire come fanno 200 chili di ferro a muoversi dritti appoggiando solo su due ruote.
Poi staremo a vedere se anche questa cosa, pensata e fatta apparentemente bene, andrà ad aggiungersi in tempi brevi al nutrito elenco di cose, pensate e fatte apparentemente bene, finite per i più disparati motivi in quei posti dove arriva solo la polvere. Qualche esempio: la chitarra classica, la chitarra elettrica, il djambè, qualche racconto, decine di idee, un paio di progetti di vita.
Avete bandito cifre di educatamente feroci gufi. Hanno identiche lentiggini marroni negli occhi, per questo respingono stanchi torbidi usignoli. Volano zoppi.