Come faccio?

Come faccio a fermarmi? Mi hanno tagliato i freni della macchina e quella che ho davanti è una strada che nemmeno un folle in preda alle allucinazioni oserebbe definire in salita. Tutto il resto funziona, le luci, il motore, i tergicristalli. Il mio problema sono i freni, quelli me li hanno tagliati i sicuro. Mentre frustate di panico mi sferzano la schiena sudata, affondo colpi di piede sul pedale di mezzo, e per ogni colpo un fotogramma si aggiunge al precedente davanti ai miei occhi. Il montaggio della scena di mio fratello che si avvicina alla mia auto con un paio di tronchesi in mano passa dallo sfocato al nitido. Non sono ancora morto, ma non riesco a non pensare che proprio lui mi sta assassinando. Il fratello, l’amico, l’uomo che da sempre si prende cura della mia vita è lo stesso che tra pochi istanti sarà responsabile di avermela tolta. Non servono testimoni, né prove, basta la lucida consapevolezza che la mia progettata assenza causa morte sarà per lui il più triste dei lasciapassare verso il successo. La matematica non mente: uno studio dentistico di lusso, se gestito da solo uno dei fratelli Maggi, rende circa il doppio rispetto alla gestione precedente, quando i fratelli Maggi erano ancora entrambi in vita. Che disgrazia.

Fatelo.

Fatelo perché potreste anche non farlo.

Fatelo perché altrimenti impazzireste.

Fatelo perché siete sfacciati.

Fatelo perché siete abbastanza folli da farlo.

Fatelo per voi, ma se potete fatelo anche per qualcun altro.

Fatelo se provate il solletico dell’incoscienza.

Fatelo perché tutto il resto nemmeno esiste.

Fatelo per tutti i perchè.

Fatelo senza alcun perché.

Fatelo solo se è l’amore a imporvelo.

Altrimenti non sposatevi. L’amore non se la prende mai.

Se imbottigliassi una speranza.

Trovo giusto e bello che siano le mie parole a raccontare di me. A ricordare a qualcuno di me. Nessun altro saprebbe farlo. Solo un foglio con incise mie parole, dove il me gentile, il me da cui nascono sorrisi, il me capace di amare trovi un infinito ed eterno spazio in cui dormire.

Proto.

Proto è il mio soprannome da sempre, ma non so perché mi chiamano così. A dirla tutta non so nemmeno qual è il mio vero nome. Io sono Proto, e basta. Tipo McGyver. Mica ce l’aveva un altro pezzo di nome McGyver. E forse neanche Sberla aveva un altro pezzo di nome. McGyver, Sberla, Proto. E’ la stessa cosa.

Sono un lucidissimo sbandato, sono uno consapevole di essere quello che gli altri non vogliono che esista nel loro mondo. So di dare fastidio, li vedo, non ne manco nemmeno uno. Le persone che mi incrociano per strada mi vedono da lontano e modificano leggermente la loro traiettoria, come se passarmi a 10 centimetri di distanza in più potesse salvarli da un altrimenti ineluttabile contagio. Io li vedo e non mi sposto. Anzi li guardo, io fisso tutti negli occhi, fin da quando sono lontani. La prima volta uno sguardo incrocia l’altro, poi loro lo abbassano, io no. Passano pochi secondi e ci riprovano, testa in basso e occhi in alto a cercarmi, per giudicarmi, per riconoscere a loro stessi che avevano ragione, che loro le persone di merda le riconoscono al primo colpo. Solo che oltre alla loro ragione trovano i miei occhi che li fissano, che sono sempre stati lì a fissarli, perché le persone di merda di solito le riconosco prima io. E di solito le persone di merda sono tutti quelli che non sono io. Camminiamo l’uno verso l’altro, io e ogni altro, ci avviciniamo. Uno sguardo forte e fisso, il mio, uno sguardo altalenante e impaurito, l’altro. Sotto di noi sempre meno asfalto a dividerci, sempre meno metri, sempre meno dubbi. Io e Chiunque siamo su una strada di Dovunque, lui ha una cravatta rosa, oppure un maglioncino vinaccia, oppure un tailleur impeccabile o una giacca a vento insignificante. Io gli vado incontro vestito solo della paura che gli faccio, coperto solo dai miei occhi che rigidi e cattivi gli strappano i pensieri dal cranio, e li leggono, e li masticano e li sputano poco più avanti, sull’asfalto che con le mie scarpe sporche sto per calpestare. Ho imparato che nell’arco di una ventina di metri buona parte delle persone che incontro riesce ad alzare e abbassare gli occhi anche quattro o cinque volte. Conigli. Poi ci sono i leoni, ci sono quelli che alla seconda o terza volta che vedono il bianco intorno alle mie pupille piantato su di loro provano a reggere, provano a non smettere, alzano il mento e gonfiano il petto, mi guardano fisso, mi giudicano, mi odiano. Mi invitano a nozze di strada. Anche loro, i leoni, nonostante l’esibito coraggio di continuare a sputarmi addosso con gli occhi, tendono a deviare leggermente l’andatura. Cinque centimetri, non di più, sicuramente meno di dieci. Dove vai? Dobbiamo sposarci in strada, non ricordi? Mancano pochi metri al nostro eterno incontro e tu ti sposti? No merda, non ci si promette l’eternità così. Allora l’eterno ricordo di me te lo prometto a modo mio. Mi sposto di poco, cinque centimetri, non di più, sicuramente meno di dieci. Adesso ti sono di fronte, tu sei emozionato, chi non lo sarebbe in un giorno così importante. Ad entrambi manca un passo per esserci addosso. Sei coraggioso, non hai ancora spostato gli occhi. Stai per chiedermi che cazzo ho da guardare, solo che poco prima che tu lo faccia io apro la bocca e a poco meno di dieci centimetri dalla tua faccia di cazzo incorniciata da una cravatta rosa ti urlo il mio soprannome, e lo faccio così forte, e i miei denti sono così gialli, e il mio fiato puzza così tanto che tu ti pisci sotto. Impietrito sgoccioli dai pantaloni. Adesso l’hai abbassato lo sguardo. Io mi chiamo Proto e sono quello che non sa come ti chiami tu. Però so che tu un altro pezzo di nome ce l’hai di sicuro. E se adesso guardi in basso si vede.

FRE

Questo post inizierà con FRE perchè FRE, cioè F-R-E, sono le prime tre lettere che ho trovato sulla tastiera. Se ci guardate sono vicine. Ci avete guardato? Bravi.

Frequentemente. Cioè mente molto spesso.  Ma non nel senso della frequenza, nel senso dello spessore. Cioè sono menzogne con carisma. Il carisma, per chi non lo conoscesse, è un pacco di fogli capace di trascinare le folle, che in quanto folle devono farsi trascinare per forza perché non hanno la marcia inserita. “La marcia inserita”, per chi non la conoscesse, è una ragazza talmente sporca e putrida da sfiorare la decomposizione, ma nonostante questo frequenta gli ambienti più chic e gli uomini più altolocati. Un uomo altolocato, ad esempio, è Reinold Messner, o un arbitro di tennis, o uno sui trampoli. Trampoli significa che sto arrivando da te. Te dove sei? Sì, lo so che sei da te, ma da te dove? Ah, ok…in sala. Perfetto. Allora sei in sala da te. Beh, in effetti sono le cinque. Sarà il caso che vada? No, sarà il caso che vaga. Sarà il fato che ondivago fluttua. La Divina Provvidenza che provvede a preservare la proficua protezione di palmipedi palmari. Di ochette, in buona sostanza. Ma non nel senso di ottimo stupefacente, nel senso di. Buonanotte.

Sniff sniff.

Sento puzza di passato.

E il passato a volte brucia.

Sento puzza di bruciato.

Almeno.

Berlusconi ha poi fatto il governo?

Boh…credo di sì. Mi sa che c’è anche una gnocca.

Le cose vanno fatte con la testa.

http://video.libero.it/app/play?id=fa07220115ac9bbfabc7840d1697797c

Per fortuna che voglio il SUV.

Una monovolume sette posti, lunga più di cinque metri, che pesa due tonnellate e che ha un possente motore 2800? Adatta ai neopatentati. Una Smart di 2,7 metri, di 750 kg e spinta da un microscopico 3 cilindri di 1000 cc? Vietata. Sembra uno scherzo ma è quello che stabilisce la nuova legge sui neofiti del volante che dal prossimo primo luglio getterà definitivamente nel ridicolo la nostra legislazione in tema di mobilità. 

In che senso?

http://www.repubblica.it/2008/05/motori/motori-maggio-2008/motori-neopatentati-suv/motori-neopatentati-suv.html

 

Ma?

Il mondo è davvero bello perché è vario? Siamo davvero sicuri che se fossimo tutti uguali, o perlomeno tutti molto simili, le cose andrebbero peggio di come vanno? Sarebbe tutto meno bello perché meno vario?  Se noi abitanti della Terra avessimo un’unica pelle, di un unico colore, uguale per tutti, tipo un frappé di bianco, nero, giallo, rosso e k sfumature intermedie, non sarebbe meglio? Quantomeno, tutti i problemi che le diversità epidermiche hanno causato finora non ci sarebbero stati. Obiezione: quello della cromia non è l’unico problema. Accolta. Ma se fosse uguale anche tutto il resto? Se non intercorresse nessun tipo di distinzione tra nessuno, a nessun livello? Visti dall’esterno saremmo identiche formiche nel formicaio del mondo. Ma all’esterno non ci sarebbe nessuno di diverso che potrebbe guardarci e farci sapere quanto siamo tutti uguali e tutti tristi.

Quindi saremmo tutti ugualmente felici.